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Il Declino Italiano (parte seconda)

Immagine del redattore: Stefano QuadriStefano Quadri

La Guerra dei Trent’anni segna un punto di svolta ed avvia un grande declino per l’Italia con profonde conseguenze politiche, economiche e sociali. L’Italia perse anche il suo primato nelle competenze artigianali, perché francesi, inglesi e olandesi, finanziando la ricerca, migliorarono le loro capacità.


Ad esempio, nel settore marittimo, Genova e Venezia non potevano più competere con l’Inghilterra e l’Olanda per la maggiore velocità e robustezza delle loro navi e per i costi portuali più convenienti.


Lo stesso valeva per l’industria tessile, un altro settore in cui l’Italia aveva dominato per secoli. Nel giro di poche decenni, la produzione annua di tessuti di Venezia si ridusse da 20.000 a 2.000, le 70 imprese tessili di Milano si ridussero a 5 e non rimase nessun telaio attivo a Como.


Questi sono solo alcuni esempi che evidenziano il grado di decadenza. Fino alla metà del Cinquecento, il ceto che aveva reso l’Italia rinascimentale un faro della civiltà europea era la borghesia cittadina, le banche e le industrie.


Ma nel Seicento, la nobiltà inverte la rotta: si ispira al modello feudale spagnolo, pone il proprio rango al di sopra di ogni altro valore e vive di rendita. Il titolo nobiliare diventa incompatibile con le “arti vili e meccaniche”, come il lavoro veniva chiamato in quel periodo.


L’unica attività consentita ai nobili è l’ingresso nella funzione pubblica, intesa come partecipazione al saccheggio di denaro pubblico. Il barone meridionale da sempre era un feudatario parassita, ma nel Seicento anche il signore veneto, che fino ad allora si era dedicato al mare e al commercio, diventa un proprietario terriero a reddito.


Questo passaggio, da imprenditore cosmopolita a individuo provinciale interessato solo ai profitti, rispecchia la tendenza di una società che ha perso slancio economico e vitalità. In sintesi, i difetti della società italiana nel Seicento sono legati alla conservazione di un sistema feudale obsoleto, al disprezzo per il lavoro produttivo e all’ascesa di una nobiltà che vive di rendita e che considera il proprio status superiore a ogni altro valore.


Questa mentalità frenò lo sviluppo economico del Paese, causando una decadenza che si manifestò sia nelle attività industriali che nelle competenze artigianali, portando l’Italia a perdere il suo status di potenza economica e culturale che aveva caratterizzato il Rinascimento.


Anche i nobili fiorentini, che un tempo possedevano banche o aziende tessili, ora vivono di rendita, ma devono vendere i loro prodotti agricoli a prezzi estremamente bassi, perché i “conquistadores” avevano introdotto dall’America oro e derrate alimentari, provocando l’inflazione dei prodotti alimentari.


Questa trasformazione del capitalismo italiano, dalla fabbrica alla terra, mandò in rovina l’industria senza apportare alcun beneficio all’agricoltura, che invece cominciò a rimanere indietro rispetto a quella degli altri paesi europei.


(segue nel prossimo numero)

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